Zuckerberg preso a schiaffi dai suoi ex dipendenti: Facebook gli è sfuggito di mano?

Data22/02/2018
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Il 12 febbraio è uscita su Wired USA un’inchiesta che mette sotto accusa il colosso Facebook e in particolare la gestione degli ultimi due anni da parte del suo creatore, Zuckerberg. Oltre 60.000 battute che picchiano duro sul volto dell’inventore del social network più diffuso al mondo, tanto che la copertina del magazine rappresenta proprio Zuckerberg con il volto tumefatto.

L’articolo raccoglie una serie di interviste rilasciate da dipendenti ed ex-dipendenti della compagnia. Secondo alcuni di loro, Facebook avrebbe “toppato” negli ultimi due anni, peccando di ingenuità, nel migliore dei casi, e di faziosità nel peggiore.

Innanzitutto va ricordato che Facebook nasce nientepopodimeno che ad Harward per mettere in contatto gli studenti tra loro. Studiato quindi per uno user di altissimo profilo culturale, non poteva prevedere una diffusione tale e una così variegata amalgama di utenti. Veniva creato con lo slogan “Facebook aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”. Queste le premesse.
I primi di noi che si sono iscritti qui in Italia, ormai una decina di anni fa, probabilmente ricordano la diversa natura del mezzo. Si accedeva al sito per scrivere “ciao” sulla bacheca di un amico in Erasmus e poco più. Man mano che gli iscritti crescevano, e con loro le potenzialità del mezzo, sicuramente le cose cambiavano. Tanto che ora ci facciamo delle grasse risate a rileggere ciò che ci ripropone l’apprezzatissima funzione “accadde oggi”.

Oggi Facebook è molto meno “buffo” e personale (non meno ridicolo a volte) ma è diventato una faccenda seria. Così seria da essere difficilmente gestibile per il giovane ex studente di Harward che fatica a comprenderne non tanto le potenzialità, quanto le ombre.
C’è chi lo vede come tutt’altro che ingenuo, il ragazzo. A me pare che la sua idea originaria fosse invece molto romantica e che con l’andare degli anni abbia perso il controllo della macchina, forse anche giustamente distratto da una vita privata che lo ha assorbito, in parte, dalla maniacale richiesta di attenzione che richiede uno strumento del genere.

I primi problemi sono iniziati quando Twitter ha preso a dare fastidio e Facebook, per sovrastarlo, ha lasciato più spazio alle news. Ma Facebook non è Twitter. Privato e pubblico, oggettivo e soggettivo si mischiano vorticosamente, facendo venire nausea e confusione a chiunque. Zuckerberg allora costituisce una squadra per gestire i trending topic, perché non siano governati solo da un algoritmo ma “guidati” da giornalisti veri. Risultato: viene accusato di favorire le notizie pro-democratici e, da buon idealista qual è, questa cosa lo fa incazzare.

In effetti il ragazzo è uno che tiene alla parità dei diritti uomo/donna, che promuove la pace e combatte le differenze. Uno così non avrebbe certo votato Donald Trump.
Eppure pare proprio che sia vero il contrario, che Facebook abbia giocato un ruolo chiave (e inconsapevole) nell’ascesa del tycoon al potere, grazie alle numerose fake news che hanno invaso Facebook durante la campagna elettorale americana, sfavorendo la concorrente Hillary Clinton.
Immaginatevi come potesse reagire un ragazzo poco più che trentenne, accusato di aver cambiato le sorti del Paese e forse del mondo. Ha certamente avuto paura.
Così paura che voleva lavarsene le mani. “Se gli editori vogliono andarsene da Facebook, che se ne vadano”, ha più volte dichiarato. Ma poi ha inserito sulla piattaforma USA il primo strumento di fact-checking. Insomma non sapeva più che pesci pigliare.

Nel 2018 la grande rivoluzione: il cambio di algoritmo… un ritorno al passato, lo ha chiamato. Siamo tornati al romanticismo harwardiano del Zuckerberg ventenne. Io ci credo che voglia tornare ai bacini in bacheca mandati ai cugini in argentina. “Vogliamo assicurarci che i nostri prodotti non siano solo divertenti, ma buoni per la gente”. Più qualità, più amore cosmico e magari meno condanne morali e responsabilità. Nonostante la diffidenza dei mercati, nonostante il rischio di perdita di investitori. Mark va avanti come un treno, come sempre. Speriamo un briciolo più consapevolmente, questa volta, del potere della macchina che pilota.

Se poi per una volta preferisce la qualità alla quantità, non possiamo biasimarlo, è quello che cerchiamo di fare anche noi. Nel lavoro, come nei social.

PS: spero che Mark intervenga sulla sua piattaforma prima che il Governo Federale lo faccia a tutela della famosa “sicurezza nazionale”. L’analisi di Wired US è implacabile nell’evidenziare come Facebook, se usato al meglio delle potenzialità (community aggregator & news feeder), oggi sia lo strumento perfetto per piegare la realtà e mettere a repentaglio alcune basi della democrazia moderna come noi la conosciamo. L’alert da parte dei Servizi Segreti italiani sulle prossime elezioni non sono quindi solo una boutade. Se sai usare bene Facebook, riesci a farti eleggere o a non far eleggere il tuo avversario?

Qui l’articolo originale